Viaggio del cuore (breve racconto nato da un'esperienza di volontariato in India)



Ho incontrato dei sorrisi meravigliosi in ogni luogo visitato, ma quelli che conservo in modo indelebile nel cuore appartengono ai bambini poveri del Sud del Mondo, che vivono nella miseria, in totale povertà, privi di qualsiasi cosa necessaria, in condizione indegne, spesso sfruttati, lasciati soli, figli dell’ignoranza, della disperazione, della miseria. Figli di famiglie a loro volta vittime di un sistema mondiale non equo in cui le grandi multinazionali in accordo con governi corrotti, sfruttano le risorse naturali di Paesi Africani, Sud Americani e Asiatici costringendo la popolazione in condizione di puro sfruttamento per non parlare di schiavitù.

Ricordo, con sentimenti fortemente contrastanti, un’esperienza fatta in India in cui prestavo servizio come operatrice ayurvedica in un grande orfanotrofio, uno dei tanti che si occupa di adozioni a distanza. Mi prendevo cura principalmente dei neonati raccolti lungo le strade o trovati lungo le banchine delle stazioni ferroviarie.

Bambini privati dell’amore dei genitori, maltrattati, denutriti e che finalmente avrebbero potuto trovare riparo in un ambiente protetto e sentirsi accuditi da mani amorevoli.
Ho incontrato, abbracciato, coccolato, confortato, curato tanti bimbi, ho giocato con i più grandicelli giochi improvvisati seguendo le loro esuberanze e gli entusiasmi che miracolosamente si generano quando c’è qualcuno che offra ascolto e
disponibilità a stare insieme, con loro e per loro. Ho asciugato lacrime e pulito moccoli, cambiato pannolini e controllato i sintomi delle malattie più comuni.

Mi sono prodigata a sostenere le donne dei vicini villaggi della zona che per qualche denaro si occupavano dei bambini ospiti nell'orfanotrofio. Molte di queste donne  non avevano nessuna esperienza professionale ne tanto meno conoscenze di puericultura. Tre sole erano le infermiere che si alternavano lavorando a fianco delle altre donne durante i tre turni che coprivano le ventiquattro ore.

I piccolini mi fissavano con grandi occhi, finché li allattavo col biberon, voraci di quel latte negato per troppi giorni, timorosi di non poter succhiare fino a sazietà. Poi satolli mi ringraziavano a modo loro con dei sorrisi pieni di latte e soddisfazione.
Potrei raccontare tante storie toccanti, ognuna ha un nome:Sara, Donata, David, Andrew, Anita e altri ancora. Ma voglio condividere con voi la storia, in qualche modo intrecciata di Andrew e David.

Quando lo presi tra le mie braccia per la prima volta subito avvertii un sentimento profondo di amore, un amore che sentivo vibrare nelle mie viscere come se David lo avessi davvero partorito. La mia presenza in India nasceva da un sentimento di amore e compassione, volevo essere partecipe, presente e testimone, in un Paese dove centinaia di migliaia sono i bambini di strada, tutti senza un nome, una identità sociale.

David, sei mesi di vita, alcuni dei quali passati in orfanotrofio, sieropositivo, con un’importante ernia ombelicale. Grandi occhi neri sguardo intelligente e dolce, mi osservava fermo, a perlustrare la mia anima. Tra le mie braccia si sentiva a casa e riusciva a spalmarsi sul mio corpo come fosse il suo rifugio.
Alla mattina entravo alla nursery, la casa che accoglieva circa 30 neonati e bambini, dai zero mesi ai due anni, per prestare il mio servizio di operatrice ayurvedica. I piccolini raggruppati in 3 stanze stavano sempre distesi nei loro lettini recintati, aspettando di essere raccolti dalle donne indiane, per le pratiche mattutine di pulizia e nutrimento.

I bambini più grandicelli dormivano al piano superiore in una stanza a loro riservata e al mio arrivo li trovavo spesso svegli e piangenti a chiedere attenzioni e coccole. Già mentre salivo la scala li sentivo che mi chiamavano, mummy mummy e poi li vedevo con le braccia protese verso il mio collo. Provavo una pena infinita a non poter soddisfare tante richieste di affetto, incolmabili come un baratro senza fondo.
I bambini di cui mi occupavo frequentemente erano i più bisognosi, quelli che soffrivano di qualche grave patologia e David come Andrew erano sieropositivi, quindi a rischio. Andrew aveva circa tre mesi quando lo vidi la prima volta e subito mi colpì la sua serenità, non solo non piangeva ma distribuiva a tutte le mummy grandi sorrisi sdentati. Lo trovavo nella sua culla sdraiato a pancia in giù o all’aria sempre impegnato in buffi vocalizzi. Tra i giocattoli accatastati nel salone principale, avevo trovato una paperetta gialla di plastica rigida con una funicella che tirandola azionava il battito d’ali al ritmo di un bel motivetto. Appoggiavo la paperetta sul lettino e Andrew sgambettava felice.

Ogni mattina dedicavo mani e attenzione a qualche piccolo, attraverso il contatto morbido, amorevole e oleoso cercavo di nutrire non solo i loro corpi ma anche i loro sentimenti. Sentivo che il mio amore poteva curare quanto, e forse di più, delle conoscenze ayurvediche che applicavo sui loro corpi.
David diventava sempre più bello e forte. Spesso al pomeriggio uscivo con lui in braccio in passeggiata tra i viali costeggiati da giardini fioriti per incontrare tanti altri bambini più grandi ospitati in altre case dello stesso orfanotrofio. Mi piaceva comunicare con le ragazze adolescenti che nel pomeriggio uscivano tra i viali a giocare e mi dava gioia ascoltare le loro storie. Quando rientravamo alla nursery David era addormentato, completamente abbandonato su di me, in totale fiducia. Dolcemente lo appoggiavo sul suo lettino senza che lui si svegliasse, pago del prolungato contatto.

Poi Andrew si ammalò. Tossi e raffreddori erano comuni tra i bambini anche perché le donne azionavano le ventole sui soffitti delle camere a gran velocità per mitigare l’opprimente caldo monsonico estivo. Il raffreddore di Andrew diventò bronchite ma nessuno sembrava farci caso. In tutto l’orfanotrofio non era presente un medico, le infermiere che si alternavano ai turni dovevano occuparsi di tutte le terapie farmacologiche e in caso di estremo bisogno si doveva chiamare un’auto per il trasferimento all’ospedale più vicino.

Avevo subito intuito che il piccolo stava peggiorando, il suo respiro era diventato rumoroso, poco fluido e così, temendo il peggio, di notte andavo a vedere come stava. Avendo avuto un figlio che da piccolino soffriva di asma sapevo che durante la notte i sintomi di una malattia respiratoria possono aggravare. Infatti una notte lo trovai molto sofferente, nessuna delle tre infermiere era presente quindi di mia iniziativa chiamai un taxi e con l’aiuto di un’altra donna lo trasportammo all’ospedale. Le sue condizioni erano davvero gravi e nei giorni seguenti temevamo di perderlo.

Provavo un dolore profondo e non mi rassegnavo a rimanere spettatrice inattiva. Dovevo, volevo forse potevo fare qualcosa per lui. Erano ormai dieci giorni che Andrew era in terapia intensiva e un’intuizione si era stabilita nella mia mente: sarei andata a trovarlo con la “sua papera gialla”. Sapevo che certi stimoli sonori possono evocare, risvegliare delle memorie. Ogni organo sensoriale è un canale di accesso a questa facoltà. Come il sapore del latte può evocare il ricordo della nostra infanzia, della mamma e del tepore del suo abbraccio, così il suono può risvegliare, memorie anche lontane, comunque significative nel nostro vissuto. Quante volte l’ascolto di un brano musicale ci riporta a ricordi ormai lontani che tornano improvvisamente vividi, a chi non è capitata simile esperienza? Avrei tentato.

Tramite la mummy responsabile della nursery chiesi di fissare un appuntamento all’ospedale di Vijavada. Con l’occasione del viaggio avrei portato con me anche David; sollecitai per lui un test del sangue, sentivo che la sua situazione era cambiata, 
non era solo una speranza, il mio intuito mi dava certezza, anche se per poterlo affermare necessitava una verifica.
Ero all’orfanotrofio da più di due mesi e David era davvero uno splendore. Speravo tanto potesse essere adottato da una famiglia indiana, anche se sapevo che era quasi impossibile, dato che era adottato a distanza da una famiglia benestante italiana la quale sovvenzionava con ingenti somme di denaro il villaggio in cui si sviluppava l’orfanotrofio. A volte i miracoli accadono, mi dicevo.

In un giorno di pallido sole, dopo che per alcuni il monsone si era abbattuto copiosamente allagando tutti i viali di terra battuta del villaggio/orfanotrofio, eravamo in auto dirigendoci verso l’ospedale. David era sulle mie ginocchia, sul sedile posteriore del taxi, un po’ infastidito dal viaggio in auto mentre la mummy che mi accompagnava era seduta sul sedile davanti a fianco dell’autista; un’altra donna era con noi per accudire David mentre andavamo al reparto di rianimazione a trovare Andrew.
Passammo prima al centro per il prelievo del sangue dal braccino di David, tra urla e divincolamenti, il medico fece ciò che doveva. Ci avrebbero comunicato l’esito per telefono appena ne fossero stati a conoscenza. Con un macigno sul petto la mummy ed io ci dirigemmo al reparto rianimazione affidando David in braccia sicure. 
Ci fecero togliere le scarpe fuori della porta d’ingresso lasciandole incustodite sul corridoio 
ai lati di un mucchio enorme di scarpe, sandali e ciabatte.

Quando vidi Andrew fu un colpo. il piccolissimo corpo di appena 5 mesi, nudo ed emaciato, sdraiato prono nel centro di un letto troppo grande per lui, occhi chiusi, respiro impercettibile, cannule varie infilate sopra e sotto, non capivo più nulla e temetti di svenire. Invece crollai in un pianto silenzioso e ininterrotto. Appoggiai la papera gialla a fianco di Andrew, sul letto, tirai la cordicina e un’insieme di note da carillon si diffusero nella stanza tra lo stupore delle infermiere che si stavano prodigando su altri pazienti inconsci. La mummy ed io rimanemmo lì, accanto il letto, per un po’ ad accarezzare con lo sguardo il piccino, con mano lieve sfioravo il suo corpo tra le cannule che in parte lo ricoprivano, trasmettendogli calore e amore.
Chiesi se avessi potuto lasciare il giocattolo a fianco del bimbo e se loro si fossero potute occupare di attivare il carillon frequentemente. Dei sorrisi di assenso mi rincuorarono, potevo contarci. Fummo costrette ad uscire e fu traumatico per me lasciarlo li, solo e nudo. Ci pensò David a riscaldare il mio cuore con suo morbido abbraccio e la gioia di rivedermi.
Facemmo il viaggio di ritorno in silenzio. Eravamo quasi arrivati al villaggio che il cellulare suonò. Scambiai uno sguardo d’intesa con la mummy, chiamavano dal laboratorio, David non era più sieropositivo. Ora che sto scrivendo e rivivendo questa esperienza, sento ancora gli stessi brividi che mi percorsero il corpo come una scarica elettrica.

Una gioia indescrivibile piena di risa e lacrime ci travolse tutti. La vita aveva dato un forte segnale, tutto può accadere, basta crederci. La felicità che sentivo per la bella notizia su David si scontrava col dolore profondo che provavo per le gravi condizioni in cui avevo lasciato Andrew. Vita e morte erano vicine di casa.
Dopo qualche giorno apprendemmo che le condizioni di Andrew erano migliorate ma ancora fragili. Speranza e una certa certezza s’insinuò in me. 
Dopo due settimane eravamo nuovamente in ospedale per riportare a casa il piccolo Andrew, ancora debole ma guarito.