Italia, racconto: "Accadde a Ginostra"





Non é ancora l’alba e grosse nubi grigie offuscano la debole luce del nuovo giorno. Il piccolo porto si risveglia all’arrivo della nave. Il rumore stridente e ferroso degli ormeggi irrompe la stasi languida del primo mattino e una voce dall’altoparlante richiama i passeggeri: - Ginostra -. 
Mi preparo a scendere con lo zaino sulle spalle.
Eccitazione, curiosità, stupore mi accompagnano mentre muovo i primi passi sull’isola. Un viottolo s’inerpica sul fianco del vulcano fino alle tipiche case bianche eoliane. La bruma mi avvolge e un intenso odore di zolfo mi riempie il naso; alcune grosse gocce di pioggia danzano l’ouverture di ciò che avverrà. Eolo si diverte a spingere grossi nuvolosi neri uno contro l’altro e in questo mulinello ho difficoltà non solo a salire ma a restare in equilibrio sotto lo zaino troppo pieno di cose forse inutili. 
Il temporale sventaglia sull’isola tutta la sua energia e risveglia al nuovo giorno chi ci abita. 
A Ginostra non ci sono strade che permettano il transito di auto o altri mezzi a motore, sono gli asini che trasportano la merce pesante che arriva al porticciolo una o due volte la settimana. Anche l’energia elettrica è stata introdotta non da molti anni tanto che la gente è ancor abituata ad usare le candele in casa e comunque, se si vuole passeggiare alla sera, bisogna premunirsi di una torcia elettrica.

Alla prima piazzetta incontro Bruno, il proprietario della casa che occuperò. Ci presentiamo e lo seguo. La salita è irta e degli alti scalini ostacolano maggiormente il tragitto ma quando, finalmente arrivo in cima al viottolo fino alla nuova casa, lo spettacolo che si presenta ai miei occhi è magnifico. 
Rimango incantata davanti a un giardino di roseti appassiti da troppa siccità, alcuni limoni stracolmi di frutti ancora acerbi e poi il buganvillee pieno di fiori viola arrampicato esternamente lungo il muro della casa fino ad incontrare un ramo del melograno carico di frutti, non ancora maturi. Accedendo attraverso il ballatoio mi soffermo ad ammirare il paesaggio. Il vento ha spazzato le nubi e non piove più. Alle spalle della grande e rilucente casa bianca il vulcano incute sovrana la sua presenza. Volgo nuovamente lo sguardo al mare lasciandomi sfuggire un estasiato “che meraviglia!” 
Non è un luogo sconosciuto. E’ una sensazione che mi pervade ogni cellula del corpo, mi vibra dentro come qualcosa di già familiare.

Il raglio dell’asino mi sorprende, è la prima volta che lo sento e ancora non l’ha visto: dapprima è un lungo crescente rombo come il rumore di una motoretta che accelera, subito dopo il ripetersi ritmato del verso richiama alla mia memoria un vecchia e ferrosa pompa d’acqua di pozzo che maneggiavo per dissetarmi durante le mie vacanze estive di adolescente nella torrida campagna emiliana degli zii.
Nonostante sia rapita dalla bellezza del luogo avverto un’inquietudine data da incessanti pensieri che mi spostano velocemente nei ricordi di fatti recentemente accaduti, o in fantasie su qualcosa che ancora non è avvenuto. È uno sforzo stare nel presente, qui e ora; so che è un processo inevitabile, devo solo lasciare che tutto il mio essere si acquieti e un po’ alla volta volga al momento. 
Quando pensavo a Ginostra la immaginavo come un luogo già visitato, come se una parte di me sapesse ciò che sarebbe accaduto durante la vacanza, come se il tempo e lo spazio non esistessero e ogni luogo, ogni esperienza fosse già vissuta. È un sentire radicato: ovunque voglia andare, già ci sono e gli incontri “occasionali” da cui nasceranno nuove relazioni, sono già nate. Questo senso di appartenenza al mondo e alla vita mi fa sentire ovunque il pensiero si posi. È un’intuizione, un attimo, un respiro, un guizzo della mente e tutto si manifesta, il pensiero si materializza.

Mi sveglio al canto del gallo e poi al raglio dell’asino, a dire il vero non so quale dei due versi per primo mi regala il buon giorno, comunque mi soffermo tra le lenzuola ancora secche dal sole ad assaporare la mia presenza nel nuovo letto. Solo più tardi apro gli occhi e lo sguardo attraversa la porta di casa spalancata sul terrazzo fino al mare, la luce limpida e azzurra si confonde nel blu delle acque. La buganvillee viola schiude ripetuti fiori al nuovo sole.


Tutto il paese è in fermento per il matrimonio che sabato sarà celebrato nella piccola chiesetta del paese. Gli sposi si sono conosciuti proprio a Ginostra qualche anno prima durante le vacanze ed ora vogliono consacrare la loro unione in questo piccolo tempio che, per l’occasione, è stato ripulito dalla gente del posto e dai turisti presenti all’isola. Insomma, sarà un evento di rilievo anche per l’antico borgo dato che da ormai trent’anni non viene celebrato un matrimonio.
Una grande festa che per un giorno romperà la tranquillità di questo antico paesello, l’ultima occasione di festeggiamento in questa estate eoliana.


Sotto un tetto tempestato di stelle come fossero diamanti m’incammino lungo i sentieri che conducono alla casa di Mario, il vulcanologo. Mi faccio strada con una piccola torcia per illuminare i viottoli e non perdermi tra i rovi, gli ulivi e gli enormi fichi d’india. I sentieri di Ginostra sono di sassi lavici più o meno grandi, ogni tanto si trovano degli scalini che salgono o scendono dipende dal percorso e la torcia aiuta a trovare la via indicata dalla gente del paese. La casa di Mario è riconoscibile perché essendo tinteggiata di rosso si differenzia dalle altre case spennellate di calce bianca. Giunta davanti il grande patio pieno di oggetti di ogni tipo, la luce illumina l’interno di una stanza e una radio diffonde alcune notizie.
“Permesso, posso entrare?” chiedo varcando il cancello di legno  chiuso da una fune annodata.
“Prego, entri” la voce arriva dall’interno.
“Buona sera”- rispondo - rimanendo piacevolmente sorpresa dall’uomo che mi viene incontro il quale, subito dopo aver realizzato d’indossare solo un paio di pantaloncini, si defila in cerca di una maglietta dicendomi: “prego si sieda” 
Capelli ondulati e brizzolati, occhi acuti scuri dietro una montatura nera cammina per la casa a piedi nudi prendendo una bottiglia di vino rosso:
“Beve un po’ di vino?”
“Si grazie, mi piace il vino rosso. Sono passata perché mi hanno detto che lei fa la guida lungo i sentieri che conducono alle bocche del vulcano e mi piacerebbe parteciparvi”.
Non so perchè ma mi sento imbarazzata, mi sforzo a rimanere in quella stanza calda piena di oggetti appesi ai muri tra cui una fotografia del Chè Guevara; mi decido di superare il disagio affidandomi ad un buon bicchiere di vino. E cosi iniziamo a discorrere sorseggiando il vino che già avevo immaginato di bere ancor prima di lasciare la mia casa, pensando all’incontro con Mario. Sembrerà strano ma a volte mi succede di avere delle preveggenze o delle intuizioni su fatti non ancora vissuti e non mi sento una maga per questo, credo solo sia una delle tante facoltà della mente in parte risvegliata che mi mette in contatto con l’esperienza ancor da vivere o, forse già vissuta? 

Mario, tra uno starnuto e un colpo di tosse, mi racconta del suo lavoro e di come i turisti delle isole Eolie si rivolgono alla sua agenzia situata nel paese di Stromboli per fare delle escursioni in vetta al vulcano senza avere mai frequentato una montagna prima di quel momento. Mi parla di un percorso che dura sei ore con un dislivello di mille metri, iniziando alle cinque del pomeriggio da Stromboli per rientrare a Ginostra con la barca a mezzanotte. Mi dice che lassù fa molto freddo e che durante la salita il gran caldo fa disperdere molti minerali e poi continua:
”non bisogna soffrire le vertigini perchè parte del sentiero costeggia il fianco del vulcano con una pendenza del 35 % a precipizio sul mare”.
Penso che Mario mi voglia scoraggiare. 
“Posso aspettare qualche giorno, non c’è fretta dato che rimarrò per tutto il mese; intanto farò un po’ di passeggiate nei sentieri qui intorno per fare un po’ di fiato e gambe“.
Pausa di silenzio tra di noi. 
Mi alzo ringraziando per il buon vino e facendogli gli auguri di pronta guarigione per il raffreddore che lui prontamente risponde: “ sono già guarito”.
Lo lascio con una risata e mi avvio un po’ ebbra e leggera con la torcia elettrica spenta godendomi quel mare di stelle sopra la mia testa.

Il tonfo di una rama di buganvillee recisa mi sveglia che la camera è già inondata di luce. Apro gli occhi e incuriosita mi affaccio alla porta rimasta aperta durante la calda notte. È Bruno il proprietario di casa:
“Buongiorno, che fa ?” chiedo ancora assonnata mentre noto sul tavolino del giardino un piatto colmo di limoni.
“Buongiorno a te, sto tagliando qualche rama fiorita per addobbare il ristorante dove stasera si festeggerà il matrimonio, sai il proprietario è un amico”.
“Hai visto i fichi?” continua nel timore che non me ne accorgessi.
“Fichi?“ mi avvicino al piatto per guardare meglio,
“Si, grazie, ma non sono maturi!” osservo spontaneamente, “senza occhiali li avevo scambiati per limoni, grazie mille”
“Da noi si mangiano così” risponde Bruno.
Sorrido alla sua gentilezza. Ne scelgo uno, l’unico maturo, morbido e lo assaporo come una prelibatezza mattutina, il primo sapore del giorno, dolce e generoso come il gesto di Bruno. 

Sono all’ombra del ballatoio e nonostante la brezza marina fa molto caldo; mi preparo un bicchiere di acqua con del succo di limoni. Alcune api ronzano intorno i fiori della buganvillee, succhiano il nettare e svolazzano su di me per poi fermarsi sul mio succo di limoni. Un fremito d’ali d’uccello che si spinge sul mare mi porta all’orizzonte e miei pensieri volano mentre le dita scorrono sulla tastiera del pc. Ormai è calata la sera, il sole rosso come una sfera incandescente si sta immergendo nelle acque calme e blu del mare e ciò si ripeterà in modo circolare in tutto il mondo.

Finalmente è arrivata la celebrazione del matrimonio. È un caldo torrido, un settembre inusuale, dicono qui. La campana della chiesa comunica a tutti che la celebrazione inizierà a breve. Mi affaccio al terrazzo e vedo giù in lontananza, oltre il pendio, il prete già vestito da cerimonia, in perfetto equilibrio sul tetto della chiesa, intento a suonare la campana muovendo allegramente la fune fissata al batocchio.
Tutto il paese di Ginostra, abitanti e turisti, sono presenti sul piazzale che s’affaccia al mare davanti la chiesetta ad attendere la sposa. Lo sposo, vestito con un paio di bermuda al ginocchio, camicia e gilet bianchi con sopra una giacca leggera color grigio perla e un paio di mocassini ai piedi, sta con il mazzo di fiori recisi in una mano e nell’altra un grande fazzoletto con cui si asciuga il sudore. Cammina su e giù per la piccola chiesa, chiedendo ai parenti di entrare e disporsi fra i banchi ma tutti vogliono restare fuori in attesa della sposa. Anche il prete si terge il sudore dal viso attendendo l’inizio della celebrazione, ogni tanto si siede qua e là a parlare con qualcuno.
La chiesa comincia ad animarsi, gli isolani arrivano nei loro abiti di festa e si siedono sui banchi in fondo. I raggi del sole obliqui sul mare entrano nel tempio attraverso il portoncino a volta spalancato, abbagliando gli sguardi di chi, seduto fra i banchi, si gira per vedere chi entra. Qualcuno da fuori urla: “arriva la sposa” e tutti gli invitati entrano frettolosamente per trovarsi un posto a sedere il più possibile vicino l’altare per poter osservare meglio la cerimonia. La sposa sottobraccio al padre entra in chiesa, alle sue spalle i raggi dorati del sole sembrano sospingerla verso l’altare, intanto dalla sagrestia, le note un po’ stonate di un vecchio disco, recuperato chissà dove, diffondono la marcia nuziale.
Il prete ringrazia i presenti lanciando una sottile saetta:
“ci voleva un matrimonio per vedere la chiesa gremita!”

Una gran festa al ristorante affacciato sul mare coinvolge tutte le genti presenti all'isola. Un bravissimo musicista diletta la serata spandendo sapienti melodie con il suo sax. E il cielo stellato ne è testimone. E' notte fonda quando, con un gruppetto di amici, raggiungiamo la piazzetta sopra il porto e, sdraiati sul selciato, a toccare con mano le stelle e la via lattea fino alle prime luci dell’alba parlando di filosofia e contando le innumerevoli stelle cadenti mentre il musicista echeggia lungo i pendii dell'isola nuove note con lo scacciapensieri. E' un nuovo giorno quando pigramente ci incamminiamo verso le nostre dimore.
Affacciata alla veranda della casa che mi ospita, lassù sulla collina alle pendici dello Stromboli la gioia che provo è indescrivibile, la bellezza armoniosa del paesaggio mi compenetra e mi sento meravigliosamente libera, estasiata in quell'angolo di mediterraneo con le bocche del vulcano che sovrastano il paesaggio infondendo la sua energia ancestrale che avverto potente in una sorta di timore e devozione.
Tra le buganvillee, i fichi d’india, gli ulivi e i melograni scivola la vita a Ginostra insinuando un movimento lento dato dallo scorrere del giorno e della notte, tra il beccheggiare del mare e l’eruttare del vulcano.

Dal tramonto in poi tutto si anima e la gente si sposta nella piazzetta davanti la chiesa per un aperitivo o una birra chiacchierando pigramente e, tra un racconto e l’altro, la luna prende il posto del sole e le tenebre lentamente e inesorabilmente avvolgono tutto. Solo la luce delle stelle riflette i volti della gente oziante alla ricerca di nuovi amici con cui condividere la serata.
È incredibile come un piccolissimo borgo sperduto alle pendici del vulcano Stromboli possa accogliere genti diversissima tra loro, artisti, intellettuali, amanti della pesca, sportivi di mare e di montagna, uomini e donne solitari, a volte accompagnati dal proprio cane, amanti che scoprono insieme il piacere di vivere in sintonia con la natura in modo semplice ed essenziale, anime rivestite di corpi che si esprimono nel loro meraviglioso potenziale, tutte umanamente in cerca di un contatto, di comunicare se stessi, d'incontrare l’altro attraverso sguardi fugaci o trattenuti ma sempre intensi, che racchiudono la speranza di un sorriso, di una condivisione.

Da quando sono arrivata a Ginostra noto giorno dopo giorno che il sole tramonta prima, le giornate si stanno accorciando. L’autunno è alle porte in questa bellissima isola baciata quasi sempre dal sole e lambita dal Mediterraneo. Fa ancora molto caldo ma si respira un’aria diversa, la luce della sera è meno brillante e i tramonti meno infuocati; percepisco una dolce malinconia in me che si riflette nella luce obliqua e ovattata del crepuscolo settembrino.
Alcuni isolani dicono che pioverà. Ne saranno grati gli olivi che scendono lungo il fianco dello Stromboli a macchia fino al mare, i melograni non ancora maturi dei loro rossi e succosi frutti, le lunghe siepi di rosmarino rinsecchite dalla mancanza d’acqua, le moltissime piante di basilico appassito dall’arsura estiva e le meravigliose buganvillee con i delicati fiori resistenti alla calura a graffiare di colore i muri bianchi delle case.
È arrivata la pioggia e con essa l’autunno. 
La scorsa notte si è abbattuto sull’isola un violento temporale con fulmini che illuminavano a giorno la mia camera da letto; avevo lasciato le imposte spalancate, come ogni sera, ma dopo i primi impetuosi tuoni mi sono alzata per accostare i balconi. Ora che è mattina leggere schiarite si alternano a ripetuti acquazzoni, l’orizzonte si confonde con le acque plumbee del mare e un apparente silenzio pervade tutto. Ogni creatura vivente celebra l’arrivo delle piogge mentre il vulcano erutta i suoi inesauribili elementi di terra e fuoco.
E così mi sento rimescolare di sentimenti, emozioni, pensieri, ricordi che mi fanno sentire quanto sia viva, presente a me stessa e aperta, disponibile sia a manifestarmi che ad accogliere ciò che la sorte mi riserva. E di incontri anche a Ginostra se ne fanno, eccome. Non avrei mai pesato che in un luogo così piccolo e isolato potesse crearsi tanta aggregazione.

Il cielo scuro si confonde nuovamente con le acque del mare, un’altra perturbazione sta arrivando dopo appena due giorni dalla scorsa. Essendo Ginostra molto esposta ai venti da nord, quando arriva il mal tempo il mare s’ingrossa e le imbarcazioni non attraccano per cui si rimane isolati, nel senso più appropriato del termine ed è un’esperienza davvero unica.
La luce ancora forte del sole trafiggendo le nuvole infonde al paesaggio un affascinante riverbero abbagliante e confuso; anche i miei passi sono meno sicuri, non ho chiara la percezione delle distanze e delle profondità, come un ubriaco che procede a tentoni.
All’improvviso arriva il vento, forte e freddo da tramontana e solleva tutta la fuliggine sparsa sull’isola dalle eruzioni ripetute dello Stromboli. Il mare s’ingrossa e le onde s’infrangono sul nuovo molo recentemente costruito a difesa del porto più piccolo del mondo. Gli aliscafi  che quotidianamente fanno la spola tra Ginostra e le altre isole Eolie, non arrivano più. Solo in una situazione di effettiva necessità ci si può avventurare su di un gommone che fa la spola tra Ginostra e Stromboli.
Nelle due piccole botteghe del paese non arrivano più i rifornimenti e così bisogna accontentarsi di ciò che rimane delle scorte. Ma gli isolani sanno di questi eventi atmosferici così diffusi soprattutto nella stagione invernale, per cui fanno provviste di carne e pesce che conservano nei freezer all’interno delle loro abitazioni. Durante il mal tempo e il mare grosso gli ormeggiatori rimangono in contatto con la capitaneria e con l’equipaggio degli aliscafi che fanno regolare servizio nelle altre isole e così si può vedere un gruppetto di uomini intrattenersi sulla piazzetta sopra il porticciolo che appoggiati al parapetto parlottano enunciando ognuno una previsione sia sulle condizioni del mare che sull’eventuale attracco dell'aliscafo con le provviste.

Gli abitanti di Ginostra sono posseduti dal vulcano, manifestano un’animosità davvero superlativa, il fuoco che scorre nelle loro vene è continuamente  vivacizzato da litigi e dispetti, rivalse continue con sotterfugi macchinosi. Ognuno di loro ha qualcosa da ridire contro l'altro e i loro odi e conflitti arrivano puntualmente davanti i giudici di Lipari innescando cause giudiziarie infinite. Troppa energia, troppo fuoco nelle loro vene e troppa acqua che li separa da qualsiasi altra situazione di svago o sfogo.

Ecco che è arrivato  l’ultimo giorno di permanenza all’isola di Stromboli. Un mare di emozioni contrastanti, qualcosa che finisce e il nuovo che arriva. L’estate sta terminando e l’autunno è alle porte. Ho lasciato Ginostra sotto la pioggia, ora a Stromboli c’è il sole ed un tramonto piacevole. Il vulcano tuona e lancia segnali di fumo mentre nell’aria si diffonde un’intenso odore di zolfo.